Sette giorni e sette notti pianse, Gilgameš, alla morte del suo amico Enkidu. Non si capacitava di quella improvvisa dipartita. Non l’accettava. E sarà il suo stesso tormento a spingerlo a sfidare il fato. Torna il sole, tornano le stagioni, torna il vento. Le rose appassiscono e poi germogliano ancora. Tornerà pure il mio compianto fratello – pensava. Disperato, ma nel contempo anche fiducioso, immaginò che esistesse un luogo eterno ove la morte dimori. Lì avrebbe trovato Enkidu, magari lottato per portarlo via. Intanto, bisognava scoprire dove si nascondesse quel posto. E gli consigliarono di rivolgersi a un poderoso eroe, l’unico – si disse l’unico! – al mondo che avrebbe potuto aiutarlo: Utnapishtim, «Giorno di vita», l’unico – davvero l’unico? – sopravvissuto al Diluvio, al quale, il dio Enlil fece dono della vita eterna. Andò ad abitare in un’isola alla foce del Tigri e dell’Eufrate – ed è qui, dunque, che sarebbe dovuto andare il re di Uruk a interpellare Utnapishtim. Un viaggio lungo e tortuoso. Fece persino un sogno, Gilgameš la notte prima di partire: era circondato da leoni pronti a sbranarlo. Ma lui impugna la spada e mozza il capo alle belve. È la forza della vita che sconfigge quella della morte. Si tratta di un sogno, ma Gilgameš – re presuntuoso e arrogante – non è disposto a separare la realtà fattuale dal sogno. Per lui tutto è realtà; tutto significativo allo stesso modo; tutto identico, nel suo modo di vedere il mondo. Al mattino, si alzò trepidante, pronto per il suo viaggio alla ricerca di Enkidu, ricolmo di speranza, di pathos e di illusione.

Arrivò al monte Mashu. Due esseri, metà uomini e metà scorpioni, facevano la guardia. Che vai cercando, tu, in questi luoghi? – gli dissero. Non sai che qui nessuno è mai venuto? Non sai che nessuno si è mai avventurato fin qui sulla vetta? Gilgameš si ferma, prende fiato. È disorientato. Ancora visibilmente affranto dal dolore per la morte del suo amico. Ma già in lotta contro la morte. Chiude gli occhi ed entra. Entrò nelle tenebre. Riaprì gli occhi. Vide il Buio. Un buio diverso dal buio consueto degli occhi socchiusi. Un buio asfissiante, quello delle tenebre. Ma lui ritenne che non vi fosse differenza tra il buio a cui si è abituati dal sonno e quello delle tenebre. Si lasciò consolare da questa convinzione, e avanzò. Improvvisamente, il silenzio.

Lo invade una luce abbagliante. Là non c’era la Vita che cercava. Ma non se ne capacitò. Attribuì all’abbaglio della luce l’offuscamento della sua vista. E se non aveva potuto trovare la Vita che stava cercando era solo perché non aveva potuto vederla. Era lì, lo sapeva, ma doveva oltrepassare quel luogo del Silenzio e dell’Invisibile. Presto si convinse di doverla cercare più avanti, ove non vi fosse una luce ad abbagliargli la vista e a impedirgli di vedere. Distolse dunque lo sguardo da quella luce abbagliante e si mise nuovamente in cammino. Lo vide arrivare la bella Siduri, che se ne stava a casa sua, inondata dal sole, distesa accanto a calici e tini d’oro. A lei non piaceva quel tipo là, che pretendeva di sconfiggere la morte. Andò allora subito a serrare l’uscio. Ma Gilgameš, non pago, riesce comunque ad intrattenere un dialogo con lei. Le chiede perché tanto astio, ma non riceve risposta. Si mette allora a raccontarle le sue gesta dal principio, da quando era re e tutti lo temevano. Narrò le sue battaglie vinte contro eserciti e contro i mostri più orrendi. Non ancora quella con la morte infame. Cerca quindi di impietosirla rievocando il suo amore per Enkidu e il suo profondo dolore in seguito alla scomparsa dell’amato. Lo faceva col volto segnato, emaciato, disperato. Con gli occhi ardenti e l’animo desideroso di vedere la morte della morte per mano sua. Ma la giovane donna non si lascia coinvolgere, non vibra il suo cuore. Non si plasma l’inflessibile.

Sicché l’indomito re decide di andar via, alla ricerca di un alito di vita con le sembianze di una vita accessibile, che lì, presso la dimora dell’avvenente e fluente Siduri, non poteva rinvenire. Ma dov’è questa vita? – si domandava. Andava convincendosi, man mano che incedeva il suo mesto passo, che la vita non fosse dopo la morte ma prima. Che andasse cercata al di qua e non al di là. Ma Enkidu non c’era intorno a lui. Non c’era al di qua della vita. Perciò, si andava parimenti convincendosi che il suo cammino dovesse essere ancora lungo. Non faceva caso alle ambivalenze del suo pensiero. Al suo stesso errare, in ogni luogo e in ogni tempo. Non ci faceva caso, Gilgameš. Nella sua mente c’era solo lui: l’amico Enkidu. E se costui permaneva nella sua mente, era lì vivo e vegeto, da qualche parte, in carne e ossa, era ancora nascosto. Si convinceva, Gilgameš, che fosse solo una questione di grotte, e di pertugi, di interstizi ancora da esplorare.

Poi venne a lui nuovamente in mente Utnapishtim. Realizzò di essersene dimenticato. Ecco – pensò – dove ho sbagliato: incapace di perseveranza, di fermezza dell’animo, di concentrazione e di zelo, ho perso di vista il mio vero obiettivo. Ma ora – rassicurando se stesso – l’ho ritrovato. E non me ne scorderò mai più. Giunse allora dinanzi all’immensa distesa di mare. E si chiese: come si fa a superare il mare? Nessuno, tranne Shamash, aveva salpato quei mari. Occorreva trovare Shamash, farsi suggerire il metodo. Ma si ricordò di essere un re, di essere il più forte di tutti. Non avrebbe avuto bisogno di trovare quel saccente traghettatore. Avrebbe navigato da solo. Si fece una barca e si mise in mare. Aspettò che i venti soffiassero sulle vele. Poi, al fiotto di vento più forte, la sua imbarcazione si mosse. E fu felice. Esultò. Ma dopo un po’ urta qualcosa. Non sa cosa. Si rende conto di essere in pericolo. Lo assale l’angoscia. Giunse Siduri a salvarlo. Lo riporta sulla battigia. Riverso. Quasi morto. Ma lui non lo sa. Si risveglia. Non c’è Siduri accanto a lui. Si guarda intorno. Si tocca le mani, la faccia, il petto. È vivo. Si alza, con la consapevolezza del limite, con una speranza di vittoria notevolmente ridimensionata. Non ha più le certezze di prima. Ma è ancora suo desiderio andare da Utnapishtim, Il Lontano.

E quando, inaspettatamente, il barcaiolo Urshanabi offre lui il suo aiuto, senza che fosse stato richiesto, Gilgameš acquisisce un rinvigorito senso di fiducia in se stesso e nel mondo, una più matura speranza: quella dell’Imprevedibile che è dalla sua parte. Gilgameš fu vicino a pensare che tutti gli dèi sono dalla sua parte, ma se ne vide bene dal sottomettersi ad essi. D’altronde, non era lui stesso un dio? No, non aveva bisogno del soccorso di nessun dio. Il passo seguente fu naturale: ritenere l’aiuto di Urshanabi solo il frutto di una fatalità fortunosa. Urshanabi, dunque, gli fece una proposta: io ti aiuterò, se vuoi, ma tu devi andare nella foresta, recidere tutte le pertiche che puoi.

Per farne cosa? – domandò. Per renderle bagaglio del tuo viaggio – gli rispose, beffardo. Ma ne valeva la pena – pensò, Gilgameš. Sarebbe stato bene tentare. Non aveva ormai nulla da perdere. Dunque accettò. Si diresse nella foresta e con rabbia inusitata abbatté tutti gli alberi che trovò dinanzi. Poi, fiero e stanco, tornò da Urshanabi, il quale si congratulò con lui e gli annunciò che sarebbero partiti all’indomani. E così fu. All’alba salpano verso l’Ignoto. Dopo tre giorni di faticosa e impervia navigazione, gettano l’ancora nelle acque della morte. E una paura micidiale esplode nel cuore del pur impavido Gilgameš. Esitò. Non sapeva che fare. Temendo, anche, di naufragare invano. Urshanabi diede lui un consiglio: utilizza le pertiche che hai tagliato. Sì, giusto! – pensa Gilgameš. Potrò disporle in fila sulle acque e da qui calare una scala verso gli abissi, per poi scendervi lentamente… Intanto, Utnapishtim, volgendo il suo sguardo in alto, scorge che qualcuno stava per fargli visita. E in effetti il re di Uruk venne a fargli visita. Ma si meravigliò, l’Immortale eroe, del fatto che quell’uomo che tanto aveva osato, ora, dinanzi a lui, se ne stesse fermo, immobile, inflessibile come una pietra, ad attendere il responso come se fosse scontato. Un responso, nondimeno, che lui non avrebbe potuto dare.

Resosi conto che non fosse sufficiente l’attesa ad ottenere il responso, Gilgameš si decide a reclamarlo. Ma Utnapishtim non ha nulla da dire. E allora, indispettito, il suo interlocutore comincia, come di consueto, a narrare le sue gesta, di dio, di re, di eroe. Narra dei propri affanni, dei pericoli e delle insidie che ha trovato nel suo cammino. Della sua proverbiale tenacia. Infine, trova le parole per comunicargli il suo dolore per la perdita del compianto fratello. Poteva finire lì la sua travagliata ricerca. Poteva essere custodito lì il segreto della vita e della morte. Enkidu stesso poteva aver trovato dimora lì. Essere lì. Invece, niente. Non c’era proprio niente. Non t’affannare, uomo, abbandona i tuoi lamenti, sono vani, non dilaniarti con quesiti senza risposta, nulla permane – gli dice, con tono sommesso, l’immortale. C’è la nascita e c’è la morte. Una sola vita e null’altro! – gli dice l’immortale…

 

Il racconto di Utnapishtim

Le parole di Utnapishtim furono un tuono per Gilgameš. Quell’ultima frase: una sola vita e null’altro… vibrò incessante nel suo cuore per giorni e giorni. Meditava Gilgameš. Anelava alla verità. Aveva capito quello che le parole dell’immortale significavano, ma non aveva ottenuto di riportare Enkidu in vita. Si rese ben presto conto che capire non basta. Che sapere non basta. Che la via della conoscenza è corta, insufficiente. Lui desiderava ardentemente il suo amico nuovamente accanto a sé. Null’altro. Si persuase, allora, che vi fosse qualcosa sotto, che Utnapishtim lo avesse in qualche modo ingannato. Che quelle parole non valessero solo per il loro significato letterale. Che dietro vi fosse custodito un segreto. E tornò improvvisamente a riporre fiducia nella forza della conoscenza. Una conoscenza diversa, stavolta. Qualcosa che avesse a che fare con il trascendente. Si convinse che la realtà è ricolma di veli, che il pensiero stesso è un velo. Da squarciare. Si convinse, l’indomito re, che la verità fosse in alto. Perciò si pose l’obiettivo di afferrare la verità. Avrebbe volato per essa. E dopo avrebbe rinvenuto il segreto della vita. Enkidu sarebbe tornato all’istante. Tese l’orecchio. Ascoltò. E Utnapishtim ricominciò a parlare.

C’era una volta una città di nome Shuruppak, ove pullulavano corpi e voci. Giorno e notte all’insegna del tumultuoso schiamazzo delle genti. Non si dormiva più. Gli dèi non gradivano questa pluralità. Desideravano il silenzio, e si disposero ad annientarla. Ma Ea, dio delle acque dolci e della sapienza, andò in sogno da Utnapishtim, suggerendogli di abbandonare la casa, immediatamente, di farsi una barca, grande abbastanza da contenere il seme di tutte le specie di animali, di salire con la sua famiglia e di attendere lì la discesa impetuosa di un Diluvio. E così fece, Utnapishtim: radunò i membri più intimi della sua famiglia. Disse loro del sogno. Chiese loro di fabbricare al più presto la necessaria imbarcazione. E quando questa fu ultimata, si festeggiò con carne di pecora e vino. Infine salirono sull’arca e aspettarono.

Cominciò a piovere. E piovve ancora. E ancora di più. Il mondo venne sommerso dalle acque. Utnapishtim e la sua famiglia, col fiato sospeso, serrati nelle stive, aspettarono che i fulmini cessassero, che la tempesta si placasse. Ed era così potente, quella tempesta, che persino gli dèi si videro costretti a riparare oltre il Cielo. E dopo sette giorni e sette notti, le piogge cessarono veramente. E le acque del mare sembravano una tavola. Sotto, tutta l’umanità era divenuta argilla. Dalla stiva, nel silenzio totale, una colomba uscì dalla stiva. Una rondine la seguì. E Utnapishtim bruciò incensi. Il sacrificio fu gradito da Enlil, che ricambiò col dono dell’immortalità quel suo poderoso eroe, salvatore della progenie migliore e degli animali.

Se n’era stato in silenzio, Gilgameš. Aveva compreso ogni singola parola di quella fiaba magica. E ora se ne stava assorto, a contemplare il volto di Utnapishtim. Lo guardava ammirato. Con un pizzico di invidia. Perché mi guardi, Gilgameš? Che cosa desideri da me, dalla mia vita eterna? Il tuo destino, mio eroe – gli rispose. E mentre Utnapishtim meditava una risposta, Gilgameš si accasciò a terra, vinto dal sonno.

Sembrava morto, a tal punto che Utnapishtim chiese a sua moglie di fare un pane al giorno fino a che il re non si fosse destato. Ne fece sette, di pani, la donna. E il re si risvegliò. Guarda, Gilgameš, non ti sei assopito per pochi minuti. Non hai dormito una sola notte. Ma sette notti. No! Sei debole, Gilgameš… prova a toccare questi pani, e te ne persuaderai. No! Sei un mortale, tu, uomo, Gilgameš, non dio. Sono un dio, io. No! Tu non sei un dio!

E Gilgameš pianse. Di rabbia. Intanto che Utnapishtim ammoniva Urshanabi di non traghettare mai più un uomo a quelle rive immortali. Lascia che i mortali compiano il loro naturale ciclo di vita – disse. E Gilgameš pianse ancora di più. Su, Gilgameš, lava il tuo corpo, la tua chioma, impregna di profumo i tuoi abiti e rivestiti. Ritorna in te. E vedrai che non sei più quello di prima. Non bramerai più il trionfo sulla morte. Ti accontenterai di vivere. E gioirai per la tua vita. Accettando la morte degli altri e anche la tua. Smise di piangere, Gilgameš. Il suo volto mostrò rassegnazione.

Intanto, la compagna di Utnapishtim si accorse dell’infinita pacata tristezza di Gilgameš. E suggerì al suo uomo di fargli un dono, come premio per aver raggiunto una consapevolezza che pochi sono in grado di acquisire. E Utnapishtim rivelò lui: negli abissi del mare, erge una pianta miracolosa. La riconoscerai, ha spine come le rose, e quando ti pungerai saprai che è proprio quella che dovrai strappare alla flora marina. Tu coglila, non temere il dolore. Poi portala ai tuoi vecchi, ai saggi di Uruk, che sapranno farne opportuno uso. E così fu.

Gilgameš scese negli abissi, colse la pianta, risalì, e fece ritorno alla sua città. Ma una volta giunto a destinazione, si accorse che non c’era nessuno ad accoglierlo. Nessuna festa. Nessun trionfo. Nessun suddito nelle vie, completamente deserte. Andò impaurito diretto al suo castello. Riversò dalla bisaccia l’erba miracolosa. E gridò: dove siete finiti, tutti? Ho bisogno di voi… Ma i suoi sudditi erano tutti morti… E Gilgameš, l’impavido re, non seppe che farsene della sua erba miracolosa.