Vi siete mai chiesti perchè, nonostante ambienti geografici e periodi storici diversi, il mito si sia sempre sviluppato nelle civiltà? E avete mai notato quante similitudini attraversino miti così lontani?

Ancora più curioso è notare come queste similitudini continuino a circondarci: alcune formando un’affascinante e arcana patina su ciò che ci ha sempre accompagnato, altre trasfigurandosi per restare al passo con i tempi.  Questo dimostra quanto tutt’ora l’umanità abbia bisogno del mito. Perchè?

L’antropologo Bronislaw Malinowski ritiene che il mito nasca

“per soddisfare profondi bisogni religiosi, esigenze morali, e che esprimeva, stimolava e codifica la credenza; salvaguardava e rafforzava la moralità; garantiva l’efficienza del rito e conteneva regole pratiche per la condotta dell’uomo. Il mito è dunque un ingrediente vitale della civiltà umana; non favola inutile, ma forza attiva costruita nel tempo”.

Così l’uomo si è costruito un mare di storie: quelle per indirizzarlo verso i giusti valori, altre per vedere eventi sfortunati in prospettive diverse, alcune per un’azione catartica e liberatoria, … Con le storie si vivono emozioni che potrebbero non appartenere mai al nostro vissuto altrimenti. Belle o brutte che siano esse ci travolgono insegnandoci.

Tolkien condivide questa opinione quando scrive

“Non dirò: ‘Non piangete’, perché non tutte le lacrime sono un male.”

Chi meglio di noi stessi può elaborare le storie di cui abbiamo bisogno? Ne abbiamo una prova inconfutabile guardando i bambini e la loro incredibile bravura in questo.

 

Ognuno di noi è un geometra di storie, in quanto tutti gli uomini possiedono l’immaginazione e l’istinto per lasciarle prendere il largo, quando è il momento opportuno.

“La ragione non è nulla senza l’immaginazione.”

Diceva Cartesio. Come dargli torto se le più grandi scoperte scientifiche sono nate da un’intuizione che sembrava folle.

Newton ce lo conferma sostenendo che

“Nessuna grande scoperta è mai stata fatta senza una audace congettura.”

La nostra capacità di creare storie ai miei occhi appare come la più antica arteterapia: ovvero un’attività che  stimola e fa evolvere  le capacità espressive e comunicative dell’individuo attraverso manifestazioni di tipo artistico. Spesso le arti-terapie sono guidate: chi sarebbe la nostra guida in questo caso? Forse l’immaginazione stessa, come scintilla di qualcosa che perturba il nostro ambiente?

Come possiamo immaginare nuove storie, tanto possiamo immergerci attraverso storie di altri, che ci trascinano in serie tv, film, blog, dibattiti, interviste, monologhi, … libri.

“Non abbiamo bisogno della magia per cambiare il mondo: abbiamo già dentro di noi tutto il potere di cui abbiamo bisogno, abbiamo il potere di immaginare le cose migliori di quelle che sono.”

consiglia J.K. Rowling.

Aprire le pagine di un libro significa farsi risucchiare in un mondo altro, che viene popolato anche dallo stesso lettore. Lui immaginerà i volti dei personaggi, lui sarà investito dai loro sentimenti, deciderà con quali empatizzare e che posizione avere rispetto ad un dilemma. Ciò che è magico è che questo universo immaginato diventa parte del nostro vissuto e, quando un libro ci ha colpito il cuore, non potremo fare a meno di rispecchiarci in un personaggio piuttosto che un altro in base a ciò che ci accade di inaspettato nella vita.

Paul Valéry infatti dichiara

“M’abbandono all’adorabile viaggio: leggere, vivere dove guidano le parole.”

Questa magia-terapia della letteratura, in cui il lettore ha un ruolo clamorosamente attivo, è espressa in potenza nel fantasy:  un genere ampissimo, caratterizzato dalla dominante presenza di elementi immaginativi. Questo genere spesso si avvicina con sfacciataggine all’immortalità del mito. Forse ne è una declinazione ‘light’.

Mi sono chiesta molte volte perchè un adulto dovrebbe ancora entusiasmarsi leggendo i fantasy e sono arrivata alla conclusione che tenere viva l’ipotesi di un mondo governato da  regole molto diverse sia un aspetto interessante e, anzi, potenziante per l’uomo. Attraverso il fantasy si abbandonano quelle barriere di realtà che sembrano sempre più restringersi intorno a noi, arrivando anche ad oscurare il sole.

“Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo.”

dice Gianni Rodari, rubandomi le parole di bocca.

Perchè gli universi fantasy si estendono in ogni direzione e ognuno trova la prospettiva più consonante con se stesso e i propri valori. Spesso in questo genere di letteratura vivono archetipi che è facile ricondurre al piano quotidiano, ma sono potenziati di un alone di immortalità e grandezza che sembra volerci ricordare che l’eroismo e la bellezza possono ancora avere un ruolo nella nostra vita. Anzi, che la nostra natura umana è assetata di tutto ciò, e di molto altro che non sembra soddisfarsi nonostante tutti i beni di cui possiamo contornarla.

Chiudere il libro e continuare in quel mondo meraviglioso che ti accoglie nella tua migliore versione: sostenere gli eroi, intraprendere lunghi e pericolosi viaggi, mitiche imprese, emozioni strazianti, … Immaginare attiva numerose aree cerebrali dedicate al compimento stesso di quell’operazione. Così il libro entra nella nostra vita, dentro di noi. E le metafore di tante realtà incantate si rispecchiano amplificandoci.

“Il libro è una delle possibilità di felicità che abbiamo noi uomini.”

propone Jorge Luis Borges, che la sapeva lunga, anzi, lunghissima.

Questa mia disserzione è stata più una chiacchierata con dei ‘mostri’, e non parlo di quelli fantasy. Tantissimi artisti del passato hanno riflettuto argutamente su questo affascinante tema. Vi lascio con un’ipotesi: la lettura (con un occhio particolare al fantasy) può essere considerato una sorta di autoterapia?

Io penso che Gustave Flaubert risponderebbe di sì

“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. Leggete per vivere.”

 

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