Vi siete mai chiesti perchè, nonostante ambienti geografici e periodi storici diversi, il mito si sia sempre sviluppato nelle civiltà? E avete mai notato quante similitudini attraversino miti così lontani?

Ancora più curioso è notare come queste similitudini continuino a circondarci: alcune formando un’affascinante e arcana patina su ciò che ci ha sempre accompagnato, altre trasfigurandosi per restare al passo con i tempi.  Questo dimostra quanto tutt’ora l’umanità abbia bisogno del mito. Perchè?

L’antropologo Bronislaw Malinowski ritiene che il mito nasca

“per soddisfare profondi bisogni religiosi, esigenze morali, e che esprimeva, stimolava e codifica la credenza; salvaguardava e rafforzava la moralità; garantiva l’efficienza del rito e conteneva regole pratiche per la condotta dell’uomo. Il mito è dunque un ingrediente vitale della civiltà umana; non favola inutile, ma forza attiva costruita nel tempo”.

Così l’uomo si è costruito un mare di storie: quelle per indirizzarlo verso i giusti valori, altre per vedere eventi sfortunati in prospettive diverse, alcune per un’azione catartica e liberatoria, … Con le storie si vivono emozioni che potrebbero non appartenere mai al nostro vissuto altrimenti. Belle o brutte che siano esse ci travolgono insegnandoci.

Tolkien condivide questa opinione quando scrive

“Non dirò: ‘Non piangete’, perché non tutte le lacrime sono un male.”

Chi meglio di noi stessi può elaborare le storie di cui abbiamo bisogno? Ne abbiamo una prova inconfutabile guardando i bambini e la loro incredibile bravura in questo.

 

Ognuno di noi è un geometra di storie, in quanto tutti gli uomini possiedono l’immaginazione e l’istinto per lasciarle prendere il largo, quando è il momento opportuno.

“La ragione non è nulla senza l’immaginazione.”

Diceva Cartesio. Come dargli torto se le più grandi scoperte scientifiche sono nate da un’intuizione che sembrava folle.

Newton ce lo conferma sostenendo che

“Nessuna grande scoperta è mai stata fatta senza una audace congettura.”

La nostra capacità di creare storie ai miei occhi appare come la più antica arteterapia: ovvero un’attività che  stimola e fa evolvere  le capacità espressive e comunicative dell’individuo attraverso manifestazioni di tipo artistico. Spesso le arti-terapie sono guidate: chi sarebbe la nostra guida in questo caso? Forse l’immaginazione stessa, come scintilla di qualcosa che perturba il nostro ambiente?

Come possiamo immaginare nuove storie, tanto possiamo immergerci attraverso storie di altri, che ci trascinano in serie tv, film, blog, dibattiti, interviste, monologhi, … libri.

“Non abbiamo bisogno della magia per cambiare il mondo: abbiamo già dentro di noi tutto il potere di cui abbiamo bisogno, abbiamo il potere di immaginare le cose migliori di quelle che sono.”

consiglia J.K. Rowling.

Aprire le pagine di un libro significa farsi risucchiare in un mondo altro, che viene popolato anche dallo stesso lettore. Lui immaginerà i volti dei personaggi, lui sarà investito dai loro sentimenti, deciderà con quali empatizzare e che posizione avere rispetto ad un dilemma. Ciò che è magico è che questo universo immaginato diventa parte del nostro vissuto e, quando un libro ci ha colpito il cuore, non potremo fare a meno di rispecchiarci in un personaggio piuttosto che un altro in base a ciò che ci accade di inaspettato nella vita.

Paul Valéry infatti dichiara

“M’abbandono all’adorabile viaggio: leggere, vivere dove guidano le parole.”

Questa magia-terapia della letteratura, in cui il lettore ha un ruolo clamorosamente attivo, è espressa in potenza nel fantasy:  un genere ampissimo, caratterizzato dalla dominante presenza di elementi immaginativi. Questo genere spesso si avvicina con sfacciataggine all’immortalità del mito. Forse ne è una declinazione ‘light’.

Mi sono chiesta molte volte perchè un adulto dovrebbe ancora entusiasmarsi leggendo i fantasy e sono arrivata alla conclusione che tenere viva l’ipotesi di un mondo governato da  regole molto diverse sia un aspetto interessante e, anzi, potenziante per l’uomo. Attraverso il fantasy si abbandonano quelle barriere di realtà che sembrano sempre più restringersi intorno a noi, arrivando anche ad oscurare il sole.

“Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo.”

dice Gianni Rodari, rubandomi le parole di bocca.

Perchè gli universi fantasy si estendono in ogni direzione e ognuno trova la prospettiva più consonante con se stesso e i propri valori. Spesso in questo genere di letteratura vivono archetipi che è facile ricondurre al piano quotidiano, ma sono potenziati di un alone di immortalità e grandezza che sembra volerci ricordare che l’eroismo e la bellezza possono ancora avere un ruolo nella nostra vita. Anzi, che la nostra natura umana è assetata di tutto ciò, e di molto altro che non sembra soddisfarsi nonostante tutti i beni di cui possiamo contornarla.

Chiudere il libro e continuare in quel mondo meraviglioso che ti accoglie nella tua migliore versione: sostenere gli eroi, intraprendere lunghi e pericolosi viaggi, mitiche imprese, emozioni strazianti, … Immaginare attiva numerose aree cerebrali dedicate al compimento stesso di quell’operazione. Così il libro entra nella nostra vita, dentro di noi. E le metafore di tante realtà incantate si rispecchiano amplificandoci.

“Il libro è una delle possibilità di felicità che abbiamo noi uomini.”

propone Jorge Luis Borges, che la sapeva lunga, anzi, lunghissima.

Questa mia disserzione è stata più una chiacchierata con dei ‘mostri’, e non parlo di quelli fantasy. Tantissimi artisti del passato hanno riflettuto argutamente su questo affascinante tema. Vi lascio con un’ipotesi: la lettura (con un occhio particolare al fantasy) può essere considerato una sorta di autoterapia?

Io penso che Gustave Flaubert risponderebbe di sì

“Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. Leggete per vivere.”

 

___

Visita PLURIVERSUM EDIZIONI

Un pover’uomo aveva dodici figli e doveva lavorare giorno e notte per poter procurare loro soltanto il pane. Quando venne al mondo il tredicesimo, non sapendo più cosa fare, corse sulla strada per pregare il primo che incontrasse di fare da padrino. Il primo che incontrò fu il buon Dio. Il buon Dio già sapeva cosa gli pesava sul cuore e gli disse: “Pover’uomo, mi fai pena: terrò a battesimo il tuo bambino e provvederò perché sia felice sulla terra.” – “Chi sei?” domandò l’uomo. “Sono il buon Dio.” – “Allora non ti voglio per compare, perché dai ai ricchi e fai patire ai poveri la fame.” Così parlò l’uomo poiché non sapeva con quanta saggezza Iddio dispensi ricchezza e povertà. Volse così le spalle al Signore e proseguì. Gli si avvicinò il diavolo e disse: “Cosa cerchi? Se sarò padrino di tuo figlio, gli darò oro e tutti i piaceri del mondo.” L’uomo domandò: “Chi sei?” – “Sono il diavolo.” – “Allora non ti voglio per compare: tu inganni gli uomini per sedurli” – disse l’uomo, e proseguì.

Gli venne incontro la Morte e gli disse: “Prendimi per comare” – “Chi sei?” domandò l’uomo. “Sono la Morte, che fa tutti uguali.” Allora l’uomo disse: “Tu sei giusta: prendi sia il ricco sia il povero senza fare differenze; sarai la mia comare.” La Morte rispose: “Farò diventare tuo figlio ricco e famoso; chi mi ha per amica, non manca di nulla.” Disse l’uomo: “Domenica prossima c’è il battesimo: sii puntuale.” La Morte comparve come aveva promesso e fece da madrina al piccolo. Quando il ragazzo fu adulto, un bel giorno la comare lo prese con sé, lo portò nel bosco e, quando furono soli, gli disse: “Ora avrai il mio regalo di battesimo. Farò di te un medico famoso. Quando sarai chiamato al letto di un ammalato, ti apparirò ogni volta: se mi vedrai ai piedi del letto, puoi dire francamente che lo risanerai; gli darai un’erba che ti indicherò e guarirà; ma se mi vedi al capezzale dell’infermo, allora è mio e dovrai dire che ogni rimedio è inutile e che deve morire.” Poi la Morte gli indicò l’erba miracolosa e gli disse: “Guardati dall’usarla contro il mio volere.”

Ben presto il giovane divenne famoso in tutto il mondo. “Gli basta guardare l’ammalato per capire se guarirà o se deve morire.” Così si diceva di lui, e la gente accorreva da ogni parte per condurlo dagli ammalati e gli davano tanto oro quanto egli chiedeva, cosicché in poco tempo divenne un uomo ricco.

Ora avvenne che anche il re si ammalò, e mandarono a chiamare il medico perché lo salvasse. Ma quand’egli si avvicinò al letto, vide che la Morte si trovava al capezzale dell’ammalato: non vi era più erba che giovasse. Ma il medico pensò: “Forse per una volta posso ingannare la Morte, e dato che è la mia madrina, non se l’avrà poi tanto a male!” Così prese il re e lo voltò di modo che la Morte venne a trovarsi ai suoi piedi; poi gli diede l’erba e il re si riebbe e guarì. Ma la Morte andò dal medico adirata e con la faccia scura gli disse: “Per questa volta te la passo perché sono la tua madrina, ma se ti azzardi a ingannarmi ancora una volta, ne andrà della tua stessa vita!”

Non molto tempo dopo si ammalò la principessa e nessuno riusciva e guarirla. Il re piangeva giorno e notte da non vederci più; infine fece sapere che chiunque la salvasse dalla morte, sarebbe diventato il suo sposo e l’erede della corona. Quando il medico giunse al letto dell’ammalata, vide la Morte al suo capezzale. Ma pensò alla promessa del re e inoltre la principessa era così bella che egli dimenticò l’ammonimento e anche se la Morte gli lanciava terribili occhiate, voltò l’ammalata mettendole la testa al posto dei piedi e le diede l’erba, cosicché ella restò in vita.

Ma la Morte, vedendosi defraudata per la seconda volta di ciò che le spettava, andò dal medico e disse: “Seguimi!” Lo afferrò con la sua mano di ghiaccio e lo condusse in una caverna sotterranea, ove si trovavano migliaia e migliaia di luci a perdita d’occhio. Alcune erano grandi, altre medie, altre ancora piccole. A ogni istante alcune si spegnevano e altre si accendevano, di modo che le fiammelle sembravano saltellare qua e là. “Vedi” – disse la Morte – “queste luci sono le vite degli uomini. Le più alte sono dei bambini, le medie dei coniugi nel fiore degli anni, le piccole dei vecchi. Ma a volte anche i bambini e giovani hanno soltanto una piccola candelina. Quando si spegne, la loro vita è alla fine ed essi mi appartengono.” Il medico disse: “Mostrami la mia.” Allora la Morte gli indicò un moccoletto piccolo piccolo che minacciava di spegnersi e disse: “Eccola!” Allora il medico si spaventò e disse: “Ah, cara madrina, accendetene un’altra perché possa godere la mia vita, diventando re e sposo della bella principessa!” – “Non posso” – rispose la Morte – “deve spegnersi una candela prima che se ne accenda un’altra.” – “Allora mettete quella vecchia su di una nuova, che arda subito quando l’altra è finita” – supplicò il medico. Allora la Morte finse di esaudire il suo desiderio, e prese una grande candela nuova. Ma, nel congiungerle, sbagliò volutamente, poiché voleva vendicarsi, e il moccolo cadde e si spense. Subito il medico stramazzò a terra: anch’egli era caduto nelle mani della Morte.

di SOFIA DI BARTOLOMEO

Tanto tempo fa in una notte buia stava andando nel bosco una streghetta di nome Emily.

Stava venendo anche un troll di nome Cristian e anche un’altra streghetta di nome Bella e un altro troll di nome Giorg.

Condividevano la stessa intenzione di scoprire chi possedesse la porta incantata.

“Quindi, anche voi andate a scoprire di chi e la porta in cantata?” disse Emily.

Tutti dissero sì.

Poi disse Bella: “Dai, creiamo un piano…”.

Tutti dissero sì, tranne Giorg che voleva andare per fatti suoi.

Cristian disse: “Perché vuoi andare da solo?”.

Giorg rispose: “Perché mi farete sbagliare tutta la strada!”.

Giorg si innervosì e se ne andò via.

Emily disse: “Vabbè, se ne pentirà”.

E proseguirono il cammino.

Arrivarono in un punto in cui c’era la pioggia, ma trovarono una caverna e ci andarono dentro.

Intanto Giorg non era neanche partito, se n’era andato a casa facendo pensare agli altri che fosse già arrivato.

Gli altri videro che la pioggia non finiva mai, quindi andarono a dormire.

Il giorno dopo, la pioggia finì, e continuarono il cammino. Gli mancava ancora tanto ma non gliene importava.

Arrivarono in un punto in cui c’erano dei lunghissimi serpenti. Bella disse: “Ora li uccido io”. “Ti aiutiamo anche noi!” dissero gli altri.

Insieme uccisero i serpenti e continuarono il viaggio.

Avevano i piedi con tantissime vesciche e si fermarono a riposare.

Era di nuovo l’ora di dormire e lo fecero. All’alba si svegliarono e proseguirono; erano quasi a metà strada.

Erano felicissimi, ma a un certo punto trovarono degli orsi. Lottarono con gli orsi… e stavano per perdere ma alla fine vinsero e proseguirono il cammino.

Erano ormai arrivati e si guardarono intorno: videro una porta e l’aprirono. Dietro c’era uno gnomo che voleva dominare il mondo, ma la squadra non glielo lasciò fare. Erano diventati eroi: nessuno poteva fermarli, tranne dio. Andarono dietro la porta, ma trovarono tutti gli animali che avevano sconfitto. Emily chiese come potesse fare; aveva una spada con sé, ma ogni volta che ne uccideva uno da quello ucciso ne usciva un altro.

Alla fine, scese dall’alto una luce. Si spaventarono tutti gli animali e scapparono via.

Quell’ombra misteriosa… era dio.

Gli animali ritornarono.

Dio non si fece vedere, doveva rimanere anonimo, però c’era un motivo se gli animali sono scappati: sono scappati perché pensavano che fosse il nemico di dio cioè il diavolo. Si scoprì anche che quegli animali sono mandati da dio per fermargli perché il proprietario della porta in cantata e un diavolo in fatti quando sarà morto andrà nella valle dei diavoli così sarà maltrattato ma il dolore di quello che gli faranno sarà per sempre.

La squadra chiese a dio perché doveva rimanere anonimo, ma lui non poteva dirglielo perché altrimenti il segreto sarebbe stato svelato.

Dopo un po’ venne un’altra luce… era il re dei diavoli.

La squadra provò a sconfiggerlo ma era indistruttibile proprio come dio, cioè che non muore mai.

La squadra ringraziò dio per avergli fatti conoscere e dio disse: “Grazie. Non trovavo da tanto tempo persone buone e coraggiose. E poi senza di voi non sarei riuscito a trovare il re dei diavoli. Ora lo porterò nella prigione dove sarà maltrattato e punito finché non diverrà gentile e smetterà di essere cattivo e comunque grazie mille”.

La squadra disse: “Niente di che”.

E ognuno se ne andò a casa propria.

La squadra continuò nuove avventure fino alla fine delle loro vite.

 

La notte di Valpurga è una festa di celebrazione della primavera, tipica delle regioni centro-settentrionali d’Europa. Celebrata tra il 30 aprile e il primo maggio con canti, balli e falò, assume diversi significati a seconda delle differenti tradizioni e culture dei Paesi presso i quali è celebrata. Secondo vecchie tradizioni germaniche le streghe uscivano dai loro rifugi per danzare in onore della luna sul monte Blocksberg, sul confine tra i Länder della Bassa Sassonia e della Sassonia-Anhalt, nella catena montuosa Harz (parola che in tedesco significa “foresta”). La tradizione si sovrappose alla celebrazione della ricorrenza di santa Valpurga, fino a divenire la “notte di Valpurga”. I satanisti laveyani considerano la Walpurgisnacht come una delle tre feste sacre, insieme al proprio compleanno e Halloween, così come dichiarato da Anton LaVey stesso in The Satanic Bible. I celebranti si riuniscono attorno a un falò cantando canzoni tradizionali.

Nella cultura
Una scena del Faust (parte I) di Goethe è chiamata Walpurgisnacht, così come il secondo atto del testo teatrale Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee, e un’altra scena ancora del Faust (parte II) è chiamata Klassische Walpurgisnacht. La notte di Valpurga è inoltre il titolo di un romanzo del 1917 di Gustav Meyrink, e il racconto horror I sogni nella casa stregata di Howard Phillips Lovecraft è incentrato cronologicamente su questa ricorrenza. La terza notte di Valpurga è anche la raccolta di scritti che Karl Kraus dedicò all’avvento del nazionalsocialismo (testo scritto fra il maggio e il settembre del 1933 e pubblicato postumo nel 1952 da Heinrich Fischer) nel quale l’autore denuncia la barbarie, gli omicidi e la creazione dei campi di concentramento da parte del neonato regime totalitario in Germania. Riferimenti alla notte di Valpurga si riscontrano anche nella musica, con Felix Mendelssohn Bartholdy che ha musicato una ballata per soli, coro e orchestra su testo di Goethe, Die erste Walpurgisnacht, mentre i Procol Harum pubblicarono nel 1967 un disco dal titolo Repent Walpurgis (altrimenti noto in italiano come Fortuna), un brano strumentale nel quale era inserito l’inizio del preludio n° 1 in do maggiore di Bach da Il clavicembalo ben temperato, lo stesso sul quale Gounod compose la sua Ave Maria. Walpurgisnacht è anche il titolo del primo singolo estratto da Luna, l’ultimo album (datato settembre 2014) della band Pagan Folk tedesca Faun; il video musicale è interamente incentrato sulle immagini che descrivono la celebrazione di tale notte.

Altri riferimenti
“Ogni anno, il trenta aprile, ricorre la notte di Valpurga. Il popolo crede che in quella notte il mondo degli spettri si liberi e si scateni. Ma vi sono anche delle notti di Valpurga cosmiche, Eccellenza! Il periodo di tempo che le separa è così grande, che l’umanità non se ne ricorda, sì che essa le vive, ogni volta, come un avvenimento nuovo, mai prima verificatosi”. (G. Meyrink, “La notte di Valpurga”, capitolo “Nello specchio”).
In Svezia cantare in coro è un passatempo molto diffuso, e la grand’occasione per i coristi è la vigilia (la famosa notte di Valpurga) del Primo Maggio, giorno di Santa Valborg. Grandi falò vengono accesi quella sera, spesso sulle alture, così da potere essere visti da lontano; e quando le fiamme sono alte, ecco farsi avanti gruppi di uomini (di recente s’è vista anche qualche donna) col capo ricoperto dai classici berretti bianchi che gli studenti universitario portano in quella stessa occasione. Iniziano così i cori, note tradizionali che sono le stesse dappertutto e che cantano la dine dell’inverno e l’arrivo della primavera.
Santa Valpurga, in alcuni casi Valburga (Wessex, 710 circa – Heidenheim, 25 febbraio 779), fu una religiosa di origini anglosassoni ma vissuta prevalentemente in Germania, dove spirò. La Chiesa cattolica la venera come santa. Nata nella contea anglosassone del Wessex, Valpurga ebbe due fratelli santi, san Villibaldo e san Vunibaldo. Fu badessa in Germania ad Heidenheim, nel monastero doppio fondato insieme al fratello san Vunibaldo. Verso il XII secolo i genitori di Valpurga furono identificati come san Riccardo d’Inghilterra, un nobile inglese del Wessex, e Wuna (o anche Wunna o Wina).

Dopo la morte, le sue spoglie furono trasferite a Eichstätt, nell’Abbazia di Santa Valpurga, per ordine del vescovo di Eichstätt Otgar il primo maggio 870. Secondo la leggenda, la sua tomba trasudò per qualche tempo un liquido dai poteri taumaturgici.
arthas_menethil-wallpaper-1280x800
Nel 916 il re carolingio Carlo il Semplice fece trasferire le reliquie della santa in una cappella di Attigny servita da dodici canonici, che fu sottomessa all’abbazia di San Cornelio di Compiègne. Dal Martirologio Romano: «Nel monastero di Heidenheim nella Franconia in Germania, santa Valburga, badessa, che, su richiesta di san Bonifacio e dei suoi fratelli i santi Villibaldo e Vinebaldo, dall’Inghilterra venne in Germania, dove resse saggiamente due monasteri, di monaci e di monache».

C’era una volta un coyote che si sentiva sopraffatto dallo stress della propria esistenza. Tutto quello che riusciva a vedere erano troppi cuccioli affamati, troppi cacciatori, troppe trappole. Così un giorno se ne scappò via per stare da solo. All’improvviso sentì le note di una dolce melodia, che infondeva benessere e una grande pace. Seguendo il canto, raggiunse uno spiazzo nella foresta e si imbatté in una grossa locusta che cantava mentre si scaldava al sole su un tronco cavo. «Insegnami la tua canzone» chiese il coyote alla locusta. Nessuna risposta. Il coyote tornò a chiederle di insegnargli la canzone, ma la locusta se ne rimase zitta. Alla fine, dopo che il coyote ebbe minacciato di mangiarla in un boccone, la locusta si arrese e continuò a cantare la sua dolce canzone finché il coyote non l’ebbe imparata a memoria. Canticchiando la canzone, il coyote si avviò per fare ritorno dalla sua famiglia. Allora uno stormo di oche si alzò in volo e lo distrasse e, quando fu tornato in sé, aprì la bocca per rimettersi a cantare, ma scoprì che aveva dimenticato la canzone. Così fece ritorno allo spiazzo assolato nella foresta. Ma a questo punto la locusta aveva fatto la muta e aveva lasciato la pelle vuota al sole, sul tronco cavo, volando sul ramo di un albero. Il coyote non stette a perder tempo: desideroso di avere la canzone dentro di sé per sempre, in un solo boccone inghiottì la pelle della locusta, pensando che l’insetto fosse ancora al suo interno. Avviandosi verso casa, scoprì nuovamente di non sapere la canzone e si rese conto di non poterla imparare dalla locusta ingerita. Avrebbe dovuto farla uscire dal proprio corpo, per poi costringerla a insegnargli la canzone. Così prese un coltello e si tagliò l’addome per liberarla, ma il taglio fu così profondo che morì.

Una scrittura decisa, quella di ELISABETTA TAGLIATI, una penna a inchiostro vivo che defluisce in ampie e colorite espressioni, sempre dettagliate e a tratti poetiche, in cui si concentrano le diverse e articolate tematiche dell’opera. Stiamo parlando di OLTRE L’ABISSO, un romanzo pubblicato nella primavera del 2020 e giunto adesso alla quarta edizione.

Nonostante sia classificato come “onirico”, il testo apre scenari e personaggi realistici, con incursioni nella mitologia celtica che penetra nell’anima e conduce all’incontro di una storia ancora per tanti versi indecifrabile, comunque misteriosa. La fantasia dell’autrice sconfina… va oltre le vicissitudini dei celti, si carica del fascino esoterico e produce protagonisti convincenti che consumano tragedie ed emozioni di cui il mondo odierno non si è mai scollato.

Tali osservazioni offrono gli elementi necessari per considerare l’opera un romanzo non catalogabile nell’unicità stringente di un genere. Men che mai quello fantastico, come apparentemente sembrerebbe dalle ambientazioni e dalla suggestiva cover di Lanfranco Bassi (Frillo).

Muoviamo dall’esigenza di sfatare – nell’Era dell’Acquario – il luogo comune secondo cui il sogno celerebbe significati simbolici straordinari. Molte persone credono che i sogni contengano “perle di saggezza”, di valore persino superiore a quelle che traggono origine dall’attività conscia diurna. Si celebra la poetica superiorità della Notte rispetto al Giorno. E si va alla ricerca del buon dizionario di interpretazione dei sogni che possa fornire istruzione per l’uso. Ne deriva anche il grossolano tentativo di fare dell’attività onirica uno strumento di divinazione, con pre-veggenze, oroscopi e suggerimenti truffaldini che permetterebbero di schivare l’evento futuro “negativo” – senza nessun tipo di analisi strutturata o probabilistica. Consultando Il Verissimo Libro dei Sogni[1], si scopre che sognare legna indica “impedimenti sessuali”; dipende dalla legna, tuttavia: se è tagliata, “il sognatore sarà sottoposto a fatica fisica”, altrimenti… Sognare un fulmine, invece, indica “il timore di essere giudicati frettolosamente”. Ma se si sogna di essere colpiti da un fulmine, allora, ci si innamorerà! Si aggiunge: se si viene fulminati, si subirà una lieve malattia. Piacerebbe capire come si possa venir colpiti da un fulmine – Eros permettendo – senza essere fulminati, a meno che per “lieve malattia” non si intenda l’innamoramento stesso.

Sette giorni e sette notti pianse, Gilgameš, alla morte del suo amico Enkidu. Non si capacitava di quella improvvisa dipartita. Non l’accettava. E sarà il suo stesso tormento a spingerlo a sfidare il fato. Torna il sole, tornano le stagioni, torna il vento. Le rose appassiscono e poi germogliano ancora. Tornerà pure il mio compianto fratello – pensava. Disperato, ma nel contempo anche fiducioso, immaginò che esistesse un luogo eterno ove la morte dimori. Lì avrebbe trovato Enkidu, magari lottato per portarlo via. Intanto, bisognava scoprire dove si nascondesse quel posto. E gli consigliarono di rivolgersi a un poderoso eroe, l’unico – si disse l’unico! – al mondo che avrebbe potuto aiutarlo: Utnapishtim, «Giorno di vita», l’unico – davvero l’unico? – sopravvissuto al Diluvio, al quale, il dio Enlil fece dono della vita eterna. Andò ad abitare in un’isola alla foce del Tigri e dell’Eufrate – ed è qui, dunque, che sarebbe dovuto andare il re di Uruk a interpellare Utnapishtim. Un viaggio lungo e tortuoso. Fece persino un sogno, Gilgameš la notte prima di partire: era circondato da leoni pronti a sbranarlo. Ma lui impugna la spada e mozza il capo alle belve. È la forza della vita che sconfigge quella della morte. Si tratta di un sogno, ma Gilgameš – re presuntuoso e arrogante – non è disposto a separare la realtà fattuale dal sogno. Per lui tutto è realtà; tutto significativo allo stesso modo; tutto identico, nel suo modo di vedere il mondo. Al mattino, si alzò trepidante, pronto per il suo viaggio alla ricerca di Enkidu, ricolmo di speranza, di pathos e di illusione.

Arrivò al monte Mashu. Due esseri, metà uomini e metà scorpioni, facevano la guardia. Che vai cercando, tu, in questi luoghi? – gli dissero. Non sai che qui nessuno è mai venuto? Non sai che nessuno si è mai avventurato fin qui sulla vetta? Gilgameš si ferma, prende fiato. È disorientato. Ancora visibilmente affranto dal dolore per la morte del suo amico. Ma già in lotta contro la morte. Chiude gli occhi ed entra. Entrò nelle tenebre. Riaprì gli occhi. Vide il Buio. Un buio diverso dal buio consueto degli occhi socchiusi. Un buio asfissiante, quello delle tenebre. Ma lui ritenne che non vi fosse differenza tra il buio a cui si è abituati dal sonno e quello delle tenebre. Si lasciò consolare da questa convinzione, e avanzò. Improvvisamente, il silenzio.

Lo invade una luce abbagliante. Là non c’era la Vita che cercava. Ma non se ne capacitò. Attribuì all’abbaglio della luce l’offuscamento della sua vista. E se non aveva potuto trovare la Vita che stava cercando era solo perché non aveva potuto vederla. Era lì, lo sapeva, ma doveva oltrepassare quel luogo del Silenzio e dell’Invisibile. Presto si convinse di doverla cercare più avanti, ove non vi fosse una luce ad abbagliargli la vista e a impedirgli di vedere. Distolse dunque lo sguardo da quella luce abbagliante e si mise nuovamente in cammino. Lo vide arrivare la bella Siduri, che se ne stava a casa sua, inondata dal sole, distesa accanto a calici e tini d’oro. A lei non piaceva quel tipo là, che pretendeva di sconfiggere la morte. Andò allora subito a serrare l’uscio. Ma Gilgameš, non pago, riesce comunque ad intrattenere un dialogo con lei. Le chiede perché tanto astio, ma non riceve risposta. Si mette allora a raccontarle le sue gesta dal principio, da quando era re e tutti lo temevano. Narrò le sue battaglie vinte contro eserciti e contro i mostri più orrendi. Non ancora quella con la morte infame. Cerca quindi di impietosirla rievocando il suo amore per Enkidu e il suo profondo dolore in seguito alla scomparsa dell’amato. Lo faceva col volto segnato, emaciato, disperato. Con gli occhi ardenti e l’animo desideroso di vedere la morte della morte per mano sua. Ma la giovane donna non si lascia coinvolgere, non vibra il suo cuore. Non si plasma l’inflessibile.

Sicché l’indomito re decide di andar via, alla ricerca di un alito di vita con le sembianze di una vita accessibile, che lì, presso la dimora dell’avvenente e fluente Siduri, non poteva rinvenire. Ma dov’è questa vita? – si domandava. Andava convincendosi, man mano che incedeva il suo mesto passo, che la vita non fosse dopo la morte ma prima. Che andasse cercata al di qua e non al di là. Ma Enkidu non c’era intorno a lui. Non c’era al di qua della vita. Perciò, si andava parimenti convincendosi che il suo cammino dovesse essere ancora lungo. Non faceva caso alle ambivalenze del suo pensiero. Al suo stesso errare, in ogni luogo e in ogni tempo. Non ci faceva caso, Gilgameš. Nella sua mente c’era solo lui: l’amico Enkidu. E se costui permaneva nella sua mente, era lì vivo e vegeto, da qualche parte, in carne e ossa, era ancora nascosto. Si convinceva, Gilgameš, che fosse solo una questione di grotte, e di pertugi, di interstizi ancora da esplorare.

Poi venne a lui nuovamente in mente Utnapishtim. Realizzò di essersene dimenticato. Ecco – pensò – dove ho sbagliato: incapace di perseveranza, di fermezza dell’animo, di concentrazione e di zelo, ho perso di vista il mio vero obiettivo. Ma ora – rassicurando se stesso – l’ho ritrovato. E non me ne scorderò mai più. Giunse allora dinanzi all’immensa distesa di mare. E si chiese: come si fa a superare il mare? Nessuno, tranne Shamash, aveva salpato quei mari. Occorreva trovare Shamash, farsi suggerire il metodo. Ma si ricordò di essere un re, di essere il più forte di tutti. Non avrebbe avuto bisogno di trovare quel saccente traghettatore. Avrebbe navigato da solo. Si fece una barca e si mise in mare. Aspettò che i venti soffiassero sulle vele. Poi, al fiotto di vento più forte, la sua imbarcazione si mosse. E fu felice. Esultò. Ma dopo un po’ urta qualcosa. Non sa cosa. Si rende conto di essere in pericolo. Lo assale l’angoscia. Giunse Siduri a salvarlo. Lo riporta sulla battigia. Riverso. Quasi morto. Ma lui non lo sa. Si risveglia. Non c’è Siduri accanto a lui. Si guarda intorno. Si tocca le mani, la faccia, il petto. È vivo. Si alza, con la consapevolezza del limite, con una speranza di vittoria notevolmente ridimensionata. Non ha più le certezze di prima. Ma è ancora suo desiderio andare da Utnapishtim, Il Lontano.

E quando, inaspettatamente, il barcaiolo Urshanabi offre lui il suo aiuto, senza che fosse stato richiesto, Gilgameš acquisisce un rinvigorito senso di fiducia in se stesso e nel mondo, una più matura speranza: quella dell’Imprevedibile che è dalla sua parte. Gilgameš fu vicino a pensare che tutti gli dèi sono dalla sua parte, ma se ne vide bene dal sottomettersi ad essi. D’altronde, non era lui stesso un dio? No, non aveva bisogno del soccorso di nessun dio. Il passo seguente fu naturale: ritenere l’aiuto di Urshanabi solo il frutto di una fatalità fortunosa. Urshanabi, dunque, gli fece una proposta: io ti aiuterò, se vuoi, ma tu devi andare nella foresta, recidere tutte le pertiche che puoi.

Per farne cosa? – domandò. Per renderle bagaglio del tuo viaggio – gli rispose, beffardo. Ma ne valeva la pena – pensò, Gilgameš. Sarebbe stato bene tentare. Non aveva ormai nulla da perdere. Dunque accettò. Si diresse nella foresta e con rabbia inusitata abbatté tutti gli alberi che trovò dinanzi. Poi, fiero e stanco, tornò da Urshanabi, il quale si congratulò con lui e gli annunciò che sarebbero partiti all’indomani. E così fu. All’alba salpano verso l’Ignoto. Dopo tre giorni di faticosa e impervia navigazione, gettano l’ancora nelle acque della morte. E una paura micidiale esplode nel cuore del pur impavido Gilgameš. Esitò. Non sapeva che fare. Temendo, anche, di naufragare invano. Urshanabi diede lui un consiglio: utilizza le pertiche che hai tagliato. Sì, giusto! – pensa Gilgameš. Potrò disporle in fila sulle acque e da qui calare una scala verso gli abissi, per poi scendervi lentamente… Intanto, Utnapishtim, volgendo il suo sguardo in alto, scorge che qualcuno stava per fargli visita. E in effetti il re di Uruk venne a fargli visita. Ma si meravigliò, l’Immortale eroe, del fatto che quell’uomo che tanto aveva osato, ora, dinanzi a lui, se ne stesse fermo, immobile, inflessibile come una pietra, ad attendere il responso come se fosse scontato. Un responso, nondimeno, che lui non avrebbe potuto dare.

Resosi conto che non fosse sufficiente l’attesa ad ottenere il responso, Gilgameš si decide a reclamarlo. Ma Utnapishtim non ha nulla da dire. E allora, indispettito, il suo interlocutore comincia, come di consueto, a narrare le sue gesta, di dio, di re, di eroe. Narra dei propri affanni, dei pericoli e delle insidie che ha trovato nel suo cammino. Della sua proverbiale tenacia. Infine, trova le parole per comunicargli il suo dolore per la perdita del compianto fratello. Poteva finire lì la sua travagliata ricerca. Poteva essere custodito lì il segreto della vita e della morte. Enkidu stesso poteva aver trovato dimora lì. Essere lì. Invece, niente. Non c’era proprio niente. Non t’affannare, uomo, abbandona i tuoi lamenti, sono vani, non dilaniarti con quesiti senza risposta, nulla permane – gli dice, con tono sommesso, l’immortale. C’è la nascita e c’è la morte. Una sola vita e null’altro! – gli dice l’immortale…

 

Il racconto di Utnapishtim

Le parole di Utnapishtim furono un tuono per Gilgameš. Quell’ultima frase: una sola vita e null’altro… vibrò incessante nel suo cuore per giorni e giorni. Meditava Gilgameš. Anelava alla verità. Aveva capito quello che le parole dell’immortale significavano, ma non aveva ottenuto di riportare Enkidu in vita. Si rese ben presto conto che capire non basta. Che sapere non basta. Che la via della conoscenza è corta, insufficiente. Lui desiderava ardentemente il suo amico nuovamente accanto a sé. Null’altro. Si persuase, allora, che vi fosse qualcosa sotto, che Utnapishtim lo avesse in qualche modo ingannato. Che quelle parole non valessero solo per il loro significato letterale. Che dietro vi fosse custodito un segreto. E tornò improvvisamente a riporre fiducia nella forza della conoscenza. Una conoscenza diversa, stavolta. Qualcosa che avesse a che fare con il trascendente. Si convinse che la realtà è ricolma di veli, che il pensiero stesso è un velo. Da squarciare. Si convinse, l’indomito re, che la verità fosse in alto. Perciò si pose l’obiettivo di afferrare la verità. Avrebbe volato per essa. E dopo avrebbe rinvenuto il segreto della vita. Enkidu sarebbe tornato all’istante. Tese l’orecchio. Ascoltò. E Utnapishtim ricominciò a parlare.

C’era una volta una città di nome Shuruppak, ove pullulavano corpi e voci. Giorno e notte all’insegna del tumultuoso schiamazzo delle genti. Non si dormiva più. Gli dèi non gradivano questa pluralità. Desideravano il silenzio, e si disposero ad annientarla. Ma Ea, dio delle acque dolci e della sapienza, andò in sogno da Utnapishtim, suggerendogli di abbandonare la casa, immediatamente, di farsi una barca, grande abbastanza da contenere il seme di tutte le specie di animali, di salire con la sua famiglia e di attendere lì la discesa impetuosa di un Diluvio. E così fece, Utnapishtim: radunò i membri più intimi della sua famiglia. Disse loro del sogno. Chiese loro di fabbricare al più presto la necessaria imbarcazione. E quando questa fu ultimata, si festeggiò con carne di pecora e vino. Infine salirono sull’arca e aspettarono.

Cominciò a piovere. E piovve ancora. E ancora di più. Il mondo venne sommerso dalle acque. Utnapishtim e la sua famiglia, col fiato sospeso, serrati nelle stive, aspettarono che i fulmini cessassero, che la tempesta si placasse. Ed era così potente, quella tempesta, che persino gli dèi si videro costretti a riparare oltre il Cielo. E dopo sette giorni e sette notti, le piogge cessarono veramente. E le acque del mare sembravano una tavola. Sotto, tutta l’umanità era divenuta argilla. Dalla stiva, nel silenzio totale, una colomba uscì dalla stiva. Una rondine la seguì. E Utnapishtim bruciò incensi. Il sacrificio fu gradito da Enlil, che ricambiò col dono dell’immortalità quel suo poderoso eroe, salvatore della progenie migliore e degli animali.

Se n’era stato in silenzio, Gilgameš. Aveva compreso ogni singola parola di quella fiaba magica. E ora se ne stava assorto, a contemplare il volto di Utnapishtim. Lo guardava ammirato. Con un pizzico di invidia. Perché mi guardi, Gilgameš? Che cosa desideri da me, dalla mia vita eterna? Il tuo destino, mio eroe – gli rispose. E mentre Utnapishtim meditava una risposta, Gilgameš si accasciò a terra, vinto dal sonno.

Sembrava morto, a tal punto che Utnapishtim chiese a sua moglie di fare un pane al giorno fino a che il re non si fosse destato. Ne fece sette, di pani, la donna. E il re si risvegliò. Guarda, Gilgameš, non ti sei assopito per pochi minuti. Non hai dormito una sola notte. Ma sette notti. No! Sei debole, Gilgameš… prova a toccare questi pani, e te ne persuaderai. No! Sei un mortale, tu, uomo, Gilgameš, non dio. Sono un dio, io. No! Tu non sei un dio!

E Gilgameš pianse. Di rabbia. Intanto che Utnapishtim ammoniva Urshanabi di non traghettare mai più un uomo a quelle rive immortali. Lascia che i mortali compiano il loro naturale ciclo di vita – disse. E Gilgameš pianse ancora di più. Su, Gilgameš, lava il tuo corpo, la tua chioma, impregna di profumo i tuoi abiti e rivestiti. Ritorna in te. E vedrai che non sei più quello di prima. Non bramerai più il trionfo sulla morte. Ti accontenterai di vivere. E gioirai per la tua vita. Accettando la morte degli altri e anche la tua. Smise di piangere, Gilgameš. Il suo volto mostrò rassegnazione.

Intanto, la compagna di Utnapishtim si accorse dell’infinita pacata tristezza di Gilgameš. E suggerì al suo uomo di fargli un dono, come premio per aver raggiunto una consapevolezza che pochi sono in grado di acquisire. E Utnapishtim rivelò lui: negli abissi del mare, erge una pianta miracolosa. La riconoscerai, ha spine come le rose, e quando ti pungerai saprai che è proprio quella che dovrai strappare alla flora marina. Tu coglila, non temere il dolore. Poi portala ai tuoi vecchi, ai saggi di Uruk, che sapranno farne opportuno uso. E così fu.

Gilgameš scese negli abissi, colse la pianta, risalì, e fece ritorno alla sua città. Ma una volta giunto a destinazione, si accorse che non c’era nessuno ad accoglierlo. Nessuna festa. Nessun trionfo. Nessun suddito nelle vie, completamente deserte. Andò impaurito diretto al suo castello. Riversò dalla bisaccia l’erba miracolosa. E gridò: dove siete finiti, tutti? Ho bisogno di voi… Ma i suoi sudditi erano tutti morti… E Gilgameš, l’impavido re, non seppe che farsene della sua erba miracolosa.