La maledizione di Salvatore

Quel piccolo ammasso di pelle calda, figlio del mare e del mistero, non saprà mai di non essere il frutto di uno slancio di passione dei genitori adottivi, innamorati del neonato rifiutato da ignoti, che si materializza in circostanze mai svelate nelle rive di una Sardegna prossima a un’era tecnologica.

Franco e Lucia sono felici di presentare quel fagottino vivente all’unico frutto della loro legittima unione, Anna, come fratello effettivo, considerandolo, inoltre, un intervento del fato per sostenerli durante il periodo luttuoso in cui si cerca di tamponare la dolorosissima ferita del sangue mestruale che corre giù dalla vagina assieme ai residui di un corpicino che la scienza riduce al brutto suono di “emorragia con emissione di coaguli”. In parole spicce, un aborto.

Il mistero è la tematica ancestrale dell’opera prima di Marco Usai che riempie le sue pagine con diciture semplici, senza elaborazioni linguistiche, con sillabe che spesso tendono a ripetersi; appesantendo un poco la lettura della storia, che ha tutte le carte in regola per essere classificata affascinante.

A ogni modo un libro può reputarsi valido quando il lettore percepisce emozioni e morali, aldilà della coscienza dello scrittore.

A mio avviso, Usai, tentando la narrazione in chiave fantasy, ha affondato la sua penna in concetti che ricordano correnti letterarie del passato.

L’occhio analitico del recensore scava fino a raggiungere il cuore dell’opera, afferrandolo per teletrasportarsi in sensazioni recondite che hanno i colori sgargianti della fantascienza e i colori opachi della rassegnazione alla realtà.

Cosa c’è di reale nel libro: “la maledizione di Salvatore” Il cui protagonista riesce stranamente a trasportarsi in diverse ere epocali?

Secondo me la crudezza del realismo di non poter raggiungere l’apice della felicità e la costrizione di accettare che il nostro corpo ritornerà a essere polvere, raggiungendo, secondo un punto di vista apocalittico, lo stato originale. Diversa la sorte dell’anima che non addentrandosi nella tomba, secondo la maggior parte delle idee religiose, seguirà un cammino parallelo.

Il tutto mi riporta a una realtà letteraria lontana dal secolo in corso in cui sotto un’influenza paradossalmente positiva, ispirandosi al naturalismo incentrato nella Francia ottocentesca, grandi scrittori italiani sono avanzati con degli schemi costruiti su basi da loro ritenute scientifiche, per narrare una realtà ben suddivisa in classi sociali dove non mancano gli aspetti sgradevoli e dolorosi della povertà.

Ricordiamo il grande Giovanni Verga, massimo esponente del verismo, che non salvava attraverso il fulcro della fantasia i personaggi che rappresentava con irreale perfezione, costruiti su carta assieme all’orrore della miseria.

Attenendosi sempre e comunque alla tecnica dell’impersonificazione, lo scrittore siciliano, inculcava alla sua generazione di lettori, il concetto del non oltrepassare il limite sociale delineato dalla provvidenza per non cascare in braccio ad una sorte ancora più malevola.

Sembrerebbe stranissimo individuare delle conformità tra le opere veriste di un “grande” con l’opera prima di un esordiente alle prese con il fantasy. Eppure entrambi portano alla scoperta del seme malefico che cosparge il mondo di germogli illusori, deleteri per la natura umana:  “tentando di valicare il confine imposto dal destino, si cade irreversibilmente in una disgrazia.

 Salvatore, il protagonista, segue la natura del suo nome mostrandosi il figlio perfetto che ogni genitore vorrebbe aver generato. Devoto alla famiglia, sostiene con un amore incondizionato, la faticosa figura materna: disabile e amorevole.

Non è frutto della sua volontà il potere sognato da ogni essere umano, il visitare ere lontane. Ma benedetto, e allo stesso tempo maledetto da questa strabiliante capacità, se ne impossessa pienamente, dando vita a una lotta finalizzata al guadagno economico, utile alle spese della famiglia.

Mescola passato e presente in un impasto di azioni dal quale trae giovamento, ma la trasgressione al divieto lo annienta con un prezzo da pagare troppo alto per un animo che coabita in un corpo composto da carne, pelle e ossa.

Il giovane protagonista medita sulle illusioni di grandezza… piange… in alcuni momenti si dispera. La rassegnazione lo coglie sottilmente in una sorta di carezza invisibile, osservandolo con occhi color aria ghiacciata, imponendogli con un fare perentorio, ma non aggressivo, di riattivare la macchina del tempo per farsi condurre in un mondo lontanissimo dal millennio in corso.

Acquiescente, Salvatore si accomiata dalla tecnologia, dall’affetto dei suoi cari, perdendosi fra le braccia di una donna dei paesi caldi, che forse imparerà ad amare.

L’opera è avvincente. Si legge bene e intriga!
Alcuni passaggi vengono accelerati a causa dal frenetico desiderio di concludere qualcosa che pulsa dentro come il battito cardiaco… tipico dell’entusiasmo degli esordienti che esplodono come scintille, non tenendo conto del botto… i frutti acerbi maturano con il tempo, con il sole e con la pioggia…

Marco Usai è già un frutto in crescita e a ogni piccola caduta, si rialzerà più forte di prima, per percorrere la faticosa scalinata che potrebbe condurlo al successo.

A CURA DI MARIA SERENA CAREDDU

_____

LINK PER L’ACQUISTO DEL LIBRO